Ottaviano Del Turco
Nessuno degli storici dell’arte degli ultimi 5 secoli ha mai iscritto Grünewald nell’elenco dei pittori
“visionari”. Di lui si sa poco e la sua pala, dipinta per il convento dei frati Antoniti di Isenheim, è tra i
lavori più belli dell’intero Rinascimento europeo.
Il Vescovo di Aschaffenburg, committente dell’opera, cullava l’illusione di poter fermare la marea protestante
scatenata da Martin Lutero innalzando argini di ogni tipo, compresa quella pala. Il Maestro lavorò
come un forzato mentre esplodeva intorno al convento la rabbia contro la chiesa di Roma, contro il
commercio delle indulgenze e contro tante altre cose ancora.
Ma quell’opera, soprattutto quel pannello dell’altare con l’immagine del corpo di Cristo aggredito dalla
morte terrena ma pronto alla resurrezione divina è, forse, il livello più alto della pittura visionaria di quel
secolo. Ma anche il certificato di una illusione che pensava di arrestare le 95 “bestemmie” di Fra’
Martino con la magia di un corpo che si decompone ed è contemporaneamente pronto a risplendere nei
“saecula saeculorum”.
La magia si ripete anche al Prado, in quell’ala del museo che raccoglie il meglio di Francisco Goya y
Lucientes. Quella luce bianca delle lampade, collocata ai piedi del plotone d’ esecuzione (los fusilladores)
poteva essere un raffinatissimo disegno preparatorio di un set cinematografico quando ancora mancava
un secolo alla scoperta dei fratelli Lumière. 150 anni dopo, Luchino Visconti userà quell’immagine per
far morire il tenente Mahler nel suo film più bello: “Senso”.
Quel quadro si nutriva di un prodigio tecnico: quella luce “sparata” (prima ancora dei proiettili) sui corpi
dei fucilati. Ma gli spari veri del plotone cancellavano per sempre l’illusione dei liberali spagnoli che
sognavano Napoleone come una sorta di “libertador” e portatore di speranze libertarie. Da qualche
altra parte dell’Europa Beethoven pagava il suo obolo personale a questa “speranza” componendo quella
sorta di inno alle “illusioni” che è la 3° Sinfonia. Avrò visto quel quadro in mille riproduzioni, ma quella
volta al Prado rimasi fermo a guardare i prodigiosi “effetti” della maestria di Goya, senza riflettere per
un solo istante sul fatto che quella era anche una “lezione” visionaria inferta alla speranza dei ceti colti
della borghesia europea e sulla “illusione”diffusa che scambiava un nuovo tiranno per l’atteso liberatore.
Ci sarà pure una ragione che induce Proust, chiuso nella sua casa mentre lavora al suo monumento letterario,
a ripensare agli angeli e alle personificazioni delle virtù e dei vizi dipinti da Giotto per i signori
Scrovegni di Padova, con una lettura assolutamente visionaria[1]. “L’Angelo della notte”(come lo definisce
Giovanni Macchia, in un suo celebre saggio sullo scrittore francese) fa risplendere quegli angeli con
una luce che va oltre il divino della loro condizione. Eppure è Giotto il pittore, e nessuno se la sentirebbe
di definire visionario l’artista che sta alla pittura come Dante sta alla poesia ed alla letteratura.
Dipingeva la “decadenza” ma non era un “decadente”. Protestava mentre esibiva i ritratti di D’Annunzio
e del vecchio Rockfeller, pieni di visionari estetismi ed illusioni di eternità. Renzo Vespignani aveva passato
la vita a scacciare l’ossessione della “parentela” delle sue periferie all’epopea “neorealista”.
“Se guardano meglio i miei quadri, i miei disegni, potrebbero leggervi la speranza, l’illusione del riscatto:
Tutto meno che il compiacimento per i propri guai o l’esibizione di una penosa povertà”. Così diceva,
mentre le grandi serie di dipinti (Album di Famiglia e Tra due guerre) inauguravano la lettura critica sul
suo “decadentismo”.
Oppure i grandi mari di Piero Gruccione. In quel dipinto per la committenza del Senato compare una
bava d’ombra alla destra del quadro mentre inizia l’alba sul mare di fronte agli Iblei. Sembra un rito esorcistico,
quasi a voler celebrare il trionfo della luce del giorno contro le tenebre della notte. Ma anche una
sorta di ammonimento su quel pezzo di notte che rimane dentro di noi per tutto il “giorno” della nostra
esistenza.
Una idea visionaria del “corso immortale” della luna, che veglia su quella competizione tra vita e morte
che si svolge davanti alle sempre più esili illusioni del pittore.
Ma, forse, sta in questo l’eterna vitalità delle mostre: gli stessi dipinti, gli stessi autori potrebbero risultare,
alla lunga, noiosi e stucchevoli, mentre ogni volta è possibile aggiornare la lettura critica, scoprire
nuovi messaggi. E produrre, dunque, nuove “visioni” e nuove “illusioni”.